Brevi considerazioni sul contesto economico

Prendiamo solo spunto dalla notissima vicenda Fiat (ma non solo da questa) per fare delle riflessioni sull’epoca che stiamo vivendo sul fronte lavoro.

Nel periodo subito dopo la seconda guerra mondiale, si pensava che il Capitalismo avrebbe avuto vita breve e che l’Unione Sovietica assieme a tutti i paesi satelliti sarebbe diventata una potenza mondiale incontrastata. Si è visto invece che fine hanno fatto i grossi regimi Comunisti.

Proprio questa considerazione di fondo, ci suggerisce delle domande: il grande Capitalismo moderno è davvero la salvezza per il mondo intero? La competitività a tutti i costi, l’apertura dei mercati mondiali, l’avvento delle supertecnologie, la spietata logica del profitto, potranno avere vita lunga? Non è almeno pensabile che anche il Capitalismo di pochi nel mondo possa subire degli scossoni che lo portino al collasso?

Con tutta sincerità qualche dubbio lo abbiamo, e l’unica certezza ci sembra essere l’impossibilità di andare avanti in questo modo senza una inversione di tendenza.

La morìa di aziende e la “strage” di lavoratori dipendenti che abbiamo registrato negli ultimi 10 anni, costituiscono un segnale molto forte che ci induce sicuramente a riflettere. Il mondo è andato troppo avanti e ci troviamo certamente in un punto di non ritorno, ma un eventuale cambiamento può essere traumatico.

Dal nostro punto di osservazione, qualche spiegazione ce la siamo data, ma le perplessità sono tante.

L’avvento delle supertecnologie, o la rivoluzione tecnologica come vogliamo chiamarla, ha certamente migliorato la qualità della vita nel mondo del lavoro, ma è innegabile che i cambiamenti avvenuti in seno alle organizzazioni delle aziende, hanno ridotto il lavoro invece che aumentarlo, un lavoro che prima svolgevano dieci persone adesso viene svolto da una.

La liberalizzazione del mercato del lavoro ha consentito ai grossi imprenditori di “delocalizzare” le imprese per cui assistiamo ad una vera e propria fuga dal territorio Italiano. Si va in Polonia, in Serbia o in Cina. Oggi ci dicono che produrre una Lancia Y in Sicilia costa mille euro in più rispetto ad altri stabilimenti Italiani e che rispetto all’estero la differenza è di gran lunga più marcata .

Grandissimo rispetto per gli imprenditori che hanno sulle spalle migliaia e migliaia di lavoratori e di famiglie, ma negli ultimi anni purtroppo si è assistito ad un massacro dei lavoratori dipendenti , i capitani d’azienda hanno spesso fatto prevalere la logica della limitazione dei posti di lavoro mettendo al primo posto solo ed esclusivamente il profitto, fenomeno questo spesso dettato da una una competitività e da una concorrenza ormai fuori controllo. Oggi ci dicono che se non si producono almeno sei milioni di autovetture all’anno, non si può più essere competitivi. Sarà cosi?

Ci sembra essere al cospetto dei tagliatori di teste e la bravura di un manager si misura con la imperturbabilità e la disinvoltura nel licenziare il personale. Alla lunga questi valori crolleranno come è già successo .

Il grosso imprenditore non può disconoscere che il suo operato e la sua azienda, svolgono un ruolo sociale molto importante, non si può chiudere uno stabilimento a cuor leggero senza cercare valide soluzioni alternative anche con l’aiuto delle Istituzioni, questo è stato il tenore dell’intervento del Papa.

Il moderno Capitalismo ci da la sensazione che si allontani dai bisogni e dalla dignità dell’uomo e assume aspetti vuoti e astratti .

La sfrenata logica del profitto può costituire il tallone d’achille del grande Capitalismo mondiale perchè arricchisce pochi e crea povertà nel contesto sociale.

Forse il futuro sarà del sano e piccolo imprenditore.

 

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